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Pietro La
Barbiera Labar si presenta al Museo di Milano con una raccolta di
dipinti ad olio anche di grandi dimensioni.
La mostra si intitola: « La natura.. le fantasie « e, infatti, questi
dipinti sono ora composizioni naturalistiche ora visioni fantasiose ma
sempre permeate da un vibrante lirismo.
In Pietro La Barbiera Labar l'amore per la terra, le pietre, il mare è
un tutt'uno con la sua natura di siciliano e la sua Isola sembra
rivivere, sublimata, nelle sue opere.
La natura dipinta da Labar vive in una dimensione particolare quasi
fuori dal tempo, mentre le « fantasie «, permeate di misteriose
vibrazioni, si stemperano nella natura e nel reale. L'amore di Pietro La
Barbiera per le spiagge, per il mare, per i sassi è, dunque, la vera
matrice di queste opere che con le loro dimensioni, a volte notevoli,
coinvolgono lo spettatore.
Labar ha trascorso gli anni della giovinezza a Messina, dove è nato nel
1944. Fin da piccolo ha vissuto in un'atmosfera artistica: la nonna
materna soprano lirico drammatico, il padre ingegnere, appassionato
musicofilo, uno zio ottimo,scultore professionista.
Gli anni trascorsi in Sicilia gli hanno permesso di assimilare i
paesaggi eccezionali di quest'Isola, paesaggi che oggi egli rivive e che
rievoca sulla tela: orizzonti infiniti che si allargano sotto i nostri
occhi, spazi silenziosi e misteriosi, immense spiagge che si perdono a
vista d'occhio, dove l'artista a volte guarda lontano, a volte, invece,
china lo sguardo per scoprire quei piccoli semplici oggetti che
chiunque, volendo, può scorgere tra i sassi di un litorale; un
microcosmo che circonda tutti e che non tutti riescono, invece, a
cogliere.
Questi elementi sono proposti dall'artista sulla tela con estremo senso
realistico ma anche con profondo sentimento poetico e la tecnica
pittorica a velature,
curatissima, consente degli effetti estremamente convincenti.
Ogni più cordiale augurio a Labar.
Avv. Prof Francesco
Ogliari
Assessore alla Cultura e
Spettacolo del Comune di Milano
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Recentemente e nel corso d'una conversazione, rivolgendomi agli
ascoltatori, parlavo dell'importanza del « desiderio di fare pittura »
come di una entità autonoma dell'uomo che unisce, pittori e no, e che è
più forte dello stesso senso operativo del fare la pittura.
Sottolineavo poi la conseguente attività derivata, quella del « fare
pittura », come spiegazione d'una necessità archetipa dell'inconscio
collettivo, raccolta dai singoli autori che la manipolano con la
funzione tautologica della produzione culturale e che la evidenziano con
l'uso di un discorso meta-linguistico.
In questo aspetto generalizzante spiegavo poi il successo continuativo
di questa singolare attività, rimarcando che questa necessità,
precedente o susseguente gli eventi esistenziali, vuoi simbolica e
formale, corrisponde a un'antica attrazione riflessa dallo spirito umano
che l'attiva con il passare del tempo e la rinnova, cosi come è avvenuto
per la musica e la danza, da un impulso liberatorio e rituale che è
antico. Naturalmente con il variare della storia, questa attività
estetica ha subito mutamenti e arricchimenti evolutivi, sconfinando
nelle operazioni mentali più sofisticate.
Come potremmo altrimenti spiegare la continuità del « fare pittura » nel
corso dei secoli passati?
E' altresì noto che da qualche decennio l'arte visuale sembrava non
voler concedere il godimento estetico delle immagini figurative, in
quanto declinava in forma più esclusiva verso il costruttivismo e la
pura concettualità. In particolare dopo il sessantotto alcuni sistemi di
linguaggio teorico, politico, pratico, contestativo e di performance,
sembravano suggerire di volta in volta degli atti di spontaneità a
livello di affermazione e di azione. Susseguentemente queste operazioni
di « work-shop in progress » sono andate esaurendosi, ed ecco che il
processo continuativo
torna a essere il « fare pittura „ con la riabilitazione delle immagini
figurali come spettacolo e verifica. Questo ritorno al « desiderio di
fare pittura » in un primo tempo è stato da taluni analizzato e
presentato come la conseguenza di un riflusso. A mio avviso è invece
stato la riabilitazione dei diritti della fantasia che, come una lente,
concentra l'apparenza del reale per infonderle una luce propria, un
significato, basandosi sul piacere del pensiero feticista (riproduzione
e proposizione interpretativa d'una presunta realtà) con il bisogno di
risolvere manualmente (e a volte in maniera maniacale) quei meccanismi
delle relazioni plastiche, tra l'insieme degli oggetti e delle figure,
fino a toccare dei risultati di perfezione che a noi appaiono con
referenze associative nei temi o nell'evento dipinto come soggetto e
che, per questo, non escludono la creatività, anzi ricercano il traslato
magari valendosi anche d'esperienze diverse e parallele, come il
simbolo, l'allegoria, il significato del fantastico.
E' questa la naturale conseguenza di un successivo accertamento, quello
dei « valori » connessi alla norma estetica, che maturano e strutturano
formalmente quei dipinti che fanno capo anche allo « iconismo »,
sviluppando cioè il loro meta-discorso a partire dalle immagini con le
immagini.
La lunga storia di queste necessità della pittura figurativa è dunque
dalla parte del mondo e della gente in quanto è da collegare al problema
del « pluralismo dei linguaggi » nella continuità dei processi separati,
liberamente adottati dagli artisti d'oggi.
Infatti e per inciso, proprio per coerenza critica e metodologica legata
alla mia disciplina, non sarò certamente io a negare l'importanza delle
altre soluzioni che possono collegarsi allo « astrattismo geometrico »,
alla « pittura oggettuale », alla « pittura materica », etc...
AI centro di tutti questi diversi e contrastanti interessi c'è la mia
convinzione che ogni linguaggio dell'arte, tosi come viene presentato
fenomenalogicamente, ha sue precise possibilità, caratteristiche proprie
e peculiari, che riguardano le autonomie espressive o di ricerca degli
operatori. Ciò che maggiormente interessa al giudizio dello studioso di
questi epifenomeni è la continuità delle idee, la innovazione motivata e
la possibilità d'adottare diversi linguaggi per finalità precise.
L'esperienza militante mi ha insegnato che ogni idea di cultura
emergente non può essere mai inerte o gratuita. Così, come la ricerca
d'un tema, è sempre possibile d'infinite significazioni, anche con le
modalità dei percorsi iconici, che possono alterare e modificare i
significati delle immagini con le apparenze ambigue del reale.
Nei dipinti di Pietro La Barbiera, in arte Labar, che sono lieto di
presentare in questa occasione al ., Museo di Milano si può ripercorrere
questo itinerario iconico per associazioni d'immagini naturali,
elaborate tecnicamente da un perfezionismo che le riprende dal grembo
della memoria, con l'intenzione di tradurre otticamente il dettaglio con
la visualizzazione di primi piani o con delle apparizioni in perspicue
spazialità che costruiscono, via via, i percorsi che l'artista intende
proporre al riguardante.
Sono dipinti che a noi appaiono come un libero equivalente delle sue
esplorazioni ed esperienze, connesse nei tempi degli eventi e degli
oggetti che rappresenta. La nitidezza delle sue immagini non dipende
dalle tecniche fotografiche ma è direttamente collegata alla memoria, al
suo inconscio, che filtrano lo spessore e la sostanza della sua pittura.
I quadri di Labar, che presento in questa importante rassegna, si
dividono in due distinti periodi. Il primo periodo, cromaticamente più
intenso, con toni di colori avvampati (rossi, gialli, aranci, neri),
coprono un arco di tempo dal 1973 al 1976, ed è rappresentato da sei
opere selezionate. Tra esse si distingue il dipinto « Desiderio di
eternità « che raffigura un inondo limite, ricco di connotazioni
psichiche e fantastiche. L'immagine visuale di questo quadro mostra sei
figure bianche, collocate sui diversi piani di un tempio monolitico in
rovina, intente a perpetuarsi nel tempo, cioè in una dimensione
d'immanente eternità. A ben guardare queste sei figure ieratiche si
scopre
che in realtà sono dei contenitori che posseggono. all'altezza del viso,
uno schermo trasparente, attraverso il quale si può indovinare il viso
di un uomo racchiuso nell'interno del contenitore, un viso che tuttavia
non si vede e che lo s'indovina, anche perché lo schermo trasparente
riflette un cielo livido, apocalittico e l'atmosfera rarefatta é quella
di un pianeta proibito.
Gli altri cinque quadri di questo stesso periodo, pur essendo di
soggetti assai diversi, mantengono queste caratteristiche di suspense
collegata a significati d'immaginazione e fantasia. Il secondo periodo,
dal 1976 a tutt'oggi, rappresenlato in mostra da una: trentina di opere,
tra le quali spiccano due disegni, aderisce al tema de « La natura, le
fantasie, Sono paesaggi silenziosi, spiagge desolate che ravvivono le
ricerche della memoria e delle sensazioni della solitudine. Dolcissimo è
il rimando a un tempo dell'infanzia, vissuta dal pittore, che viene
riproposta con un fascino tutto costruito con le immagini della pittura.
Il naturalismo di queste opere sembra riproporre il gusto del •< trompe
I'oeil Sono invece dei quadri raffinati, tutti giocati su una scala
cromatica ridotta da colori tenui e molto delicati (azzurri, rosati,
bruni e grigi) con atmosfere cristalline e perlate. A ben guardare
questi dipinti si nota che sono svincolati da una rappresentazione
magnificante e naturalista degli oggetti (pietre, sassi, rami
conchiglie, foglie, etc...) in quanto la sapienza dei toni e
l'originalità delle inquadrature, come quelle cinematografiche che sono
ottenute con lo « zoom inseriscono la visione in contesti narrativi e
rievocativi di grande suggestione. Le atmosfere derivanti scongelano i
rigori ibernati della pittura analitica e l'insieme esprime la
sensibilità di questo artista siciliano, tutta permeata da un vibrante
lirismo. Gli elementi di base del discorso di Labar sono i grandi spazi
pietrosi ma razionalmente ordinati, il ricordo di orizzonti lontani
rischiarati dalle luci e - come ha osservato Federico Napoli - in primo
piano, cubi, pietre, macigni o altro, per indicare ciò che l'uomo è
stato, preziosa testimonianza nella storia mitologica di un futuro che
forse non è cosi lontano da noi, oggi.
Franco Passoni
Maggio 1960
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